Market Analysis in Opaque Markets: F.U.L.L. Potential

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Private companies and governments are in constant need of accurate intelligence in order to make conscious decisions about their strategies in the global real estate market.

Opaque markets are ubiquitous and not always synonym to emerging markets. For a foreign company, some Italian cities can be “opaque” since all the information and regulations are often not translated, and require the mediation of a third party in order to be accessed.

This third party is ideally neutral, gathers the data through field research and provides the information to the client, allowing him to elaborate a solid and data-based strategy. Another role of the third party is to mediate and connect private and public stakeholders in the case that there is a need for large-scale coordination at the urban level.

The F.U.L.L. project and the interdisciplinary nature of its components would be an ideal framework to structure such an offer, thanks to a number factors:

  • Variety of highly-qualified expertise;
  • Ability to intervene at different scales;
  • Global presence that the university network represents, and the availability of local experts;
  • The ability to link public and private stakeholders;
  • Its theoretical knowledge base that allows it to look at the bigger picture and trends;
  • Its competitiveness, thanks to its start-up nature.

In this perspective, it is entirely reasonable to envision F.U.L.L.’s ability to deliver accurate and comprehensive reports, customized to the client’s needs, thanks to the interdisciplinariety and richness of resources that are available to it. This type of project would be able to deliver quick results, thanks to its relatively modest needs in terms of materials and infrastructure and potential to quickly scale-up as the needs arise.

– Arturo Pavani

Tre parole chiave per FULL

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di Carlo Olmo

Voglio in primo luogo scusare la mia assenza il 9 settembre. Non ero in Italia e mi è spiaciuto non partecipare. Confrontarsi sul merito è ormai un privilegio raro e non esserci è comunque uno sbaglio. Devo dire che ho potuto leggere (piccolo privilegio lo so) i testi di già pubblicati e posso quindi provare a calibrare il mio intervento su quei testi (e posso immaginare solo da quelli la discussione che si è sviluppata il 9 settembre). Vorrei procedere per parole, mi sembra la via più facile, perché leggendo i testi pervenuti si percepisce come il primo compito da assumere sia ridurre le “traduzioni” che le parole hanno nei linguaggi di chi scrive. Compito ben arduo se uno dei miti nostri più resistenti è la torre di Babele!

Provo con tre parole: patrimonializzazione, testimonianza, memoria collettiva. So che sarò schematico e semplificato, ma alla fine vi rimando a un saggio mio che sta uscendo…non certo per farmi perdonare!

Fabrique du patrimoine  

Delle tante metafore che hanno accompagnato il dibattito sul processo sociale, economico e culturale che ha preso il nome di patrimonializzazione, il titolo del testo di Nathalie Heinich rimane il più convincente. Oggi la patrimonializzazione è davvero una fabbrica, organizzata, forse occorre aggiungere, in maniera ancora taylorista. E come tale va indagata e affrontata. Le posizioni nei suoi confronti sono ormai estreme: dal sarcasmo, sviluppato in particolare da chi ha più condiviso quella stagione importante che  è stata quella dei Lieu de Mémoire (al 1978 sino alla fine del XX secolo), a chi, coscientemente o meno, ne fa oggetto di strategie multiple, di giochi di potere, soprattutto li fa diventare oggetti di conflitti (il più ricorrente è la doppia anima locale e universale delle retoriche sulle patrimonializzazione).

In realtà gli spazi patrimoniali o patrimonializzati (la differenza non è piccola) sono dispositivi: e come tali ad esempio sono o possono essere in grado di organizzare i diversi approcci, che gli interventi che già ci sono stati offrono. Ma come dispositivi sono, se posso fare una fuga in avanti, iperrealisti, come coglie Juan Carlos quando si chiede il significato di città digitale. Non voglio occupare troppo tempo. Ma ragionare sulla parola e sul dispositivo della patrimonializzazione offrirebbe a tutti un lessico…familiare.

Testimonianza.

Chi lavora sul patrimonio e si muove in una dimensione urbana cozza contro (non sempre è inutile) monumenti, landmarks, stratificazioni di storie che non sono la realtà (magari!), ma costituiscono il tessuto di significati, di usi, di forme giuridiche che ordinano (il termine non obbligatoriamente è prescrittivo) la realtà (urbana). Sono testimonianze.

Quali politiche della testimonianza oggi siamo in grado di condividere, a partire da una cultura politecnica certamente frantumata?

Charles Darwin , quando nel 1831 salpò con il suo Beagle, certamente viaggiava con sua idea sull’Origine della specie. Oggi noi con l’origine abbiamo un pessimo rapporto, in molti campi del nostro sapere. Possiamo negarlo, rinunziando persino alle sfumature della nostra lingua o possiamo rendere l’’origine la “prova” della correttezza del nostro fare. Quando si parla di patrimonio poi questa doppia anima esplode: basta aggirarsi per Berlino e osservare come la testimonianza e l’origine sono messe in scena. Ma esiste una cultura contemporanea della testimonianza, che non sia costitutivamente conservatrice o come il landmark costruire un nesso tra località e architettura, infrastruttura, tecnologie che ne trasmettono i valori un puro palinsesto dove trovare un posto a culture troppo frammentate e incapaci di ridarsi un’utilità sociale?

In questa direzione davvero un lavoro come quello che si intende sperimentare ha potenzialità inesplorate.

Memoria collettiva

Cosa vi è più simbolico di una memoria collettiva di un’infrastruttura o di un paesaggio alpino? Figli di due politiche collettive (keynesiane la prima socioantropologiche la seconda) offrono un’occasione straordinaria per ritrovare il significato della parola “politecnica”. Basta leggere tra le righe dei documenti pervenuti per accorgersene. Ma dietro esistono due presupposti non alienabili. Il primo è che quelli erano frutti di azioni collettive (con il diverso significato che collettivo ha in epoche diverse), se si vuole erano anche azioni cooperative, altra parola chiave del vocabolario politecnico.

Ma come oggi è conciliabile un esercizio che chiede non un omaggio all’integrazione dei saperi, ma il saper ritrovare il significato di una utilità non derivata da Hobbes, in una società che esalta non l’individuo, ma in cui l’utilità si scopre solo dopo le catastrofi (senza o con ironia, come vuole chi legge)? Forse accorgendosi che sono mutati i rapporti tra saperi tecnici (tutti, nessuno oggi nel Politecnico si salva) e saperi relazionali e che proprio il loro diverso rapporto è la straordinaria…eredità che F.U.L.L. reca con sé.

Il secondo presupposto è che un progetto come quello di F.U.L.L. mette davvero in discussione un sistema ,sempre più in crisi per altro, che scandisce la vita accademica e che potrei così riassumere: il solo prodotto scientifico è l’articolo, le regole sono le forme che il prodotto deve seguire, esiste un’unica lingua in cui ormai si traduce il pensiero, anche quello critico. Quella strada ha portato e sta portando quasi tutte le comunità scientifiche a vivere nel mainstream della disciplina, ad omologarsi, a ridurre la propria capacità di argomentazione sino al silenzio.

Come ha evidenziato la partenza di F.U.L.L la cosa più bella, utile e piacevole è il confronto aperto, come l’unico esito possibile sarà un prodotto socialmente utile, in grado di mutare politiche, azioni, comportamenti. Forse proprio quel che non sarà blind avrà più valore.

F.U.L.L. starting from legacy.

Looking at Full from Pittsburgh (where I am right now doing some research), I just want to share some thoughts about research approaches.

I have been meeting and discussing with institutions, groups, foundations (here they are really important in the local economy), research centers and with some of the major developers, about urban regeneration and reuse.

What is clear to everybody is that research activity of Carnegie Mellon University and Penn State are playing a primary role in redefining economic and urban renewal. The evidence of the University here is to force the relation between different disciplines, trying to achieve new approaches to research activity that can be effective in the local economy. FULL could be the real occasion to experiment this kind of approach based on the Politecnico legacy and coping with urban legacy (sorry for the pun) that until now hasn’t really been active.

Pittsburgh renaissance, one of the post-industrial cities (Carter D. 2016, Hardin Kapp P.,  Armstrong P.J. 2012)of the American Rust Belt, second tier cities in terms of population, started some decades ago. Many vacant brownfields were redeveloped in the last thirty years with technology buildings, offices, housing, and retail. The brownfield remediation guided by environmental  issues helped the transition from a single-sector economy to a multi-sector economy. The transformation is still going on focusing on software engineering and robotics start-ups that worked as a catalyst for a wider range of activities (Google, UBER, production Studios, Maker spaces), this implies a new asset of some specific part of the town following the work, live, move and play philosophy.

CMU with his RIC (Remaking Cities Institute) and other engineering research groups (when CMU was founded there were only two Faculties looking each other: Fine Arts and Engineering) could work with Full to face the fascinating interdisciplinary approach that makes technologies a tool to help finding effective solutions for digital sustainable cities by adaptive reuse (REbuild 2016).

From the USA, Roberta Ingaramo

La città digitale

F.U.L.L. costituisce una straordinaria opportunità per lavorare in maniera interdisciplinare su una delle massime questioni del nostro tempo; era già chiaro in precedenza, prima dell’estate, ma lo è ancora di più oggi, a valle dell’intenso workshop del 9 settembre al Castello del Valentino.

Il contributo del Centro Nexa su Internet & Società (Dipartimento di Automatica e Informatica) a F.U.L.L., contributo su cui si è già espresso su questo blog Antonio Vetrò con poi un ulteriore commento di Eleonora Bassi, potrebbe essere sia metodologico, sia sui contenuti.

Riguardo al metodo, il Centro Nexa può offrire l’esperienza di un centro che ormai da dieci anni (è stato infatti fondato nel novembre 2006 dal Prof. Marco Ricolfi del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Torino e dal sottoscritto) non solo lavora in maniera sistematicamente interdisciplinare [1], ma che ha anche creato una comunità di studiosi e di esponenti della società civile (i cosiddetti “Nexa Fellows” e i “Nexa Faculty Associates”) tutti interessati al confronto con chiunque abbia qualcosa di utile da dire sulle questioni digitali, indipendentemente dalla disciplina.
Per raggiungere questo risultato, che ha richiesto anni di sforzi costanti, il Centro Nexa ha seguito tradizioni e prassi mutuate da esperienze straniere, in particolari nord-americane, e le ha poi adattate allo specifico contesto italiano. Se ritenuto utile, dunque, il Centro Nexa condividerebbe volentieri le esperienze di questi anni con gli amici e i colleghi di F.U.L.L., nel modo e nei tempi che riterranno opportuni.

Riguardo ai contenuti, al Centro Nexa – e a me personalmente – interesserebbe molto cercare di capire meglio in cosa consista la ‘città digitale’. La ‘città digitale’ è una città intangibile (la tentazione sarebbe di parlare di ‘città invisibile’, suggestivo ma sviante) intimamente compenetrata col suo doppelgänger fisico: per alcuni aspetti la città intangibile fa da interfaccia alla città fisica; per altri aspetti ne è una rappresentazione (per quegli aspetti che sono in qualche modo rappresentabili digitalmente); per altri aspetti ancora la città fisica e quella intangibile si confondono e si uniscono, come nel caso delle infrastrutture fisiche che veicolano materialmente i bit.
Mappare e catalogare i molti modi in cui le due città ormai si relazionano, si compenetrano, si rispecchiano e si influenzano a vicenda è dunque una sfida complessa, che richiede numerose competenze disciplinari (informatici, urbanisti, cartografi, geografi, architetti, esperti di telecomunicazioni, ecc.) e che per di più deve fare i conti con una realtà in costante evoluzione. Quindi in prospettiva mi entusiasmerebbe sviluppare un metodo di mappatura, descrizione e misura della città intangibile da applicare in prima istanza a Torino, ma poi potenzialmente estendibile ad altre città, anche per permettere confronti.

Il secondo tema su cui mi piacerebbe lavorare in F.U.L.L., se anche altri lo trovassero interessante, è quello della resilienza. Uso questa parola nonostante il fastidio provocato da tutte le parole che diventano troppo di moda e che di conseguenza iniziano ad essere usate spesso a sproposito perché nel suo senso tecnico rimane una parola interessante (peraltro già presente in alcuni interventi su questo blog e comunque evocata anche dalla “fragilità” di cui ha scritto Matteo Robiglio). Credo infatti che sia doveroso interrogarsi sulla resilienza delle nostre città e penso che sia utile farlo ipotizzando due scenari principali.
Il primo scenario è basato su evoluzioni del presente. In particolare il sistema socio-tecnico attuale sta evidentemente andando verso forme di accentramento che nel caso delle città riguarda anche (e forse soprattutto) la città digitale. Il lato problematico della “città intelligente” e più in generale della cosiddetta “Internet delle cose”, infatti, è che entrambi i paradigmi in questo momento vengono spesso declinati convogliando tutte le informazioni verso un centro – centro che non solo accumula le informazioni di tutti restando esso stesso tendenzialmente opaco, ma che può diventare a tutti gli effetti un punto di controllo non solo su aspetti della città invisibile (e questo sarebbe già preoccupante, visto che bloccare una carta di credito è un’operazione intangibile con effetti molto concreti), ma anche su aspetti della città fisica (grazie, appunto, alla Internet delle cose). Questa strutturazione verticale della “città intelligente” non solo configura una distribuzione del potere fortemente asimmetrica, ma è anche prona a fallimenti sistemici. Se, infatti, il centro, per qualsiasi motivo, smette di operare, l’intera infrastruttura si ferma. Troverei dunque molto interessante studiare modi diversi di realizzare il potenziale delle “città intelligenti” (e della “Internet delle cose”), ovvero, modalità ibride che ai collegamenti verticali, che in alcuni casi possono essere la soluzione che massimizza l’utilità sociale, a strutture orizzontali a vari livelli, dalla singola unità abitativa, al condominio, al quartiere, all’intera città. Quindi al posto della “città intelligente” costruita secondo il paradigma “comando-e-controllo” (figlio degli sviluppi organizzativi e tecnici del secondo dopoguerra), pensare una “città intelligente” a rete, secondo il modello della stessa Internet (e del World Wide Web). Un modello che non solo tende a distribuire il potere in maniera più uniforme, ma che – proprio come Internet rispetto alle vecchie reti telefoniche – è anche più resiliente in caso di attacchi, malfunzionamenti o peggio.

L’evocazione del “peggio” ci porta al secondo scenario, che auspicabilmente ha probabilità molto basse di riguardarci nel breve-medio termine, ma che comunque mi sembra importante prendere in considerazione, ovvero, lo scenario del collasso sistemico [2]. Nella comunità scientifica internazionale, infatti, stanno aumentando le voci che mettono in guardia verso potenziali scenari di crisi così profonde da configurarsi come crisi di civiltà [3]. Le cause spaziano da quelle climatiche, legate soprattutto al riscaldamento globale, a quelle geopolitiche, ovvero, lo scoppio di guerre su larga scala come esito della lotta per la definizione di un nuovo ordine mondiale. Interrogarsi oggi sulla resilienza delle città in scenari di questo tipo mi sembra particolarmente importante perché la quantità di popolazione urbanizzata è oggi enormemente superiore a quella dell’ultimo evento catastrofico europeo, ovvero, la Seconda Guerra Mondiale. In particolare potrebbero esserci delle scelte, magari semplici e a costi ridotti, che fatte oggi potrebbero avere delle conseguenze potenzialmente molto positive in caso di crisi grave del nostro sistema sociale in un futuro più o meno prossimo.
Per quello che riguarda Nexa, in caso di crisi grave la città intangibile è condannata a  scomparire completamente o potrebbero rimanere delle sacche? Nel secondo caso, a quali condizioni? Più in generale quali sarebbero le conseguenze del collasso della città digitale (che, ricordiamolo, dipende integralmente dalla disponibilità di energia elettrica) sui servizi essenziali e più in generale sulla vita della città, soprattutto in un scenario di “città intelligente” molto avanzata, ovvero, molto dipendente dal digitale?

Naturalmente potremo decidere – per vari motivi – di concentrare le nostre energie su problemi più direttamente legati al presente o all’immediato futuro, come il primo scenario o la mappatura della città digitale.

Ma anche solo il fatto che F.U.L.L. mi abbia indotto a pensare a scenari di più lungo termine mi sembra un segno eloquente del grande potenziale di questa iniziativa.

[1] Sulla inter/trans/multi/ecc.-disciplinarietà la letteratura è sterminata; in questa sede segnalo solo Edgar Morin, “Inter-poli-trans-disciplinarietà”, in “La testa ben fatta”, Raffaele Cortina Editore, 2000, pp. 111-124.

[2] Per una rassegna dei principali rischi a livello globale v. “Global Risks Report 2016“, World Economic Forum. Per un’analisi più generale, v. Jared Diamond, “Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed”, Viking Press, 2005.

[3] V. anche “Edgar Morin : “Nous traversons une crise profonde de civilisation””, Par Dalila Kerchouche | Le 11 septembre 2016, Le Figaro (riferimento aggiunto dall’Autore in data 16/09/2016).
 

Perché FULL può costituire l’occasione per considerare scientificamente la ricerca progettuale

Possiamo vedere il progetto di trasformazione di un pezzo di città o di territorio come l’espressione della volontà di un soggetto, individuale o collettivo, oppure come l’effetto di una serie di interazioni tra agenti di diversa natura (soggetti, regole, iscrizioni, rappresentazioni collettive). In questa seconda prospettiva, che proponiamo di adottare per FULL, il progetto esiste perché esiste una realtà istituzionale che lo legittima. Questa realtà istituzionale garantisce ai progetti un valore di natura contrattuale che lo rendono strumento del potere in termini di obblighi, multe, scadenze, ecc.

Tradizionalmente il dibattito teorico si concentra soprattutto sulle narrazioni del progetto, e non considera le implicazioni contrattuali e burocratiche che sono annidate nell’azione progettuale. Adottando una prospettiva pragmatica proponiamo invece di leggere queste narrazioni come rappresentazioni funzionali alla costruzione di un consenso, e quindi anche alla definizione di obblighi e contratti. Sottraendo le pratiche progettuali all’indicibilità del dominio artistico, esse diventano dunque allo stesso tempo una costruzione di senso e un dispositivo di potere.

Questa particolare rappresentazione della relazione tra potere e progetto permette di introdurre una serie di questioni di ordine politico e disciplinare.

Quale può essere il valore e la funzione di una visione progettuale al futuro, di una promessa di innovazione veicolata da un progetto, se ammettiamo che questa narrativa abbia necessariamente anche il ruolo di obbligare l’azione collettiva e non soltanto di creare condizioni di consenso e di accordo? È possibile concepire un progetto architettonico che critichi la dimensione del potere istituito, nonostante il progetto stesso sia un fatto istituzionale?

Come riuscire a definire un ruolo della progettazione architettonica e urbana che affianchi la ricerca dell’ingegneria sulle applicazioni tecnologiche in campo industriale?

La dimensione urbana proposta da FULL permette di individuare il tema dell’efficienza in termini differenti dal piano della pura ricerca tecnologica. Se si vuole infatti produrre innovazione tecnologica a scala urbana, se si vuole trattare un “sistema” urbano alla stregua di un complesso tecnologico per definirne le condizioni di trasformazione in senso progressivo e persino evolutivo, è necessario includere tra i componenti del complesso anche gli oggetti sociali, la loro produzione, il loro scambio, le traiettorie di deviazione che generano.

Se trattiamo i progetti come oggetti sociali documentali e li assimiliamo agli oggetti tecnici, possiamo anche immaginare di poter reintegrare la ricerca tecnologica entro un livello più esteso che comprende le filiere di R&S industriale, le ricerche applicative dei dipartimenti di ingegneria, ma anche le ricerche sugli effetti dei documenti sulle azioni di trasformazione e produzione edilizia. Ponendoci su un piano diverso da quello degli studi sulle reti, sul rapporto tra informazioni e azioni diffuse, big data, crowdmapping ecc. FULL può proporsi come operatore in grado di legare le innovazioni tecnologiche (in serie) agli oggetti istituzionali, tracciandone effetti e deviazioni (in loco). Dalla serie tipologica alla topologia degli effetti, nel tempo delle procedure e nello spazio urbano. E ritorno: dalla mappa delle cose e delle distribuzioni singolari alle sequenze della produzione e dello sviluppo industriale (per prodotti, per moltiplicazioni, per deviazioni tipizzate).

ALESSANDRO ARMANDO, GIOVANNI DURBIANO

Geomatica e FULL

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Le analisi urbane, territoriali, ambientali e del patrimonio e qualsiasi azione di studio e progettazione ad esse riferite richiedono una conoscenza dello stato di fatto di vari fattori fisici (localizzazione, dimensione, stato di conservazione, ecc.) e della loro variazione nel tempo.

Il paradigma Smart City declinato nell’informazione spaziale e nello scenario della rivoluzione delle ICT è una visione del futuro che ha per obiettivo l’affrontare la complessità delle sfide del miglioramento urbano ambientale sociale sostenibili attraverso un efficiente ed intelligente uso delle infrastrutture tecnologiche integrate.

Queste necessità si traduce in pratiche operative di rilievo e monitoraggio che possono usufruire: di dati già presenti e disponibili (cartografie, modelli 3D, banche dati georiferite); di dati appositamente acquisiti per colmare le lacune di informazione che derivano dall’analisi dei dati disponibili; di dati eventualmente reperibili con azioni di crowd sourcing.

L’integrazione di dati già disponibili richiede una fondamentale azione di generalizzazione e omogeneizzazione da un punto di vista geometrico e semantico che deve essere affrontata con rigore teorico e metodologico in quanto garantisce l’uso e la futura interoperabilità delle informazioni acquisite per le diverse analisi e azioni progettuali.

L’acquisizione di nuovi dati, a integrazione e/o completamento di quelli già esistenti, richiede l’utilizzo di sistemi e strumentazioni ai quali oggi si richiede basso impatto economico, sempre più orientati verso l’utilizzo di smart devices, come piattaforme UAS (Unmanned Aerial Systems) e sistemi robotici mobili terrestri. Tali sistemi devono essere adattati e utilizzati in modo tale da garantire il rapido inserimento delle informazioni raccolte all’interno delle strutture dati previste. Tutte le acquisizioni dati devono seguire protocolli operativi condivisi e definiti a priori in base alle caratteristiche di ogni sistema e di ogni tipologia di dato. A tal fine il complesso degli standards legati all’informazione spaziale ed ai suoi processi di acquisizione manipolazione e comunicazione è sia altamente sviluppato, ma anche in ulteriore progressiva definizione e evoluzione.

Sia l’interoperabilità fra database, per la condivisione e il riuso di dati e schemi, sia il recupero di informazioni da ampi archivi, più la possibilità di ragionamento automatico, sono favoriti dall’imposizione di vincoli all’interpretazione dei dati attraverso l’utilizzo delle ontologie di dominio come riferimento per la modellazione dei dati in sistemi informativi

Le azioni di crowd sourcing possono aiutare nella comprensione delle percezioni reali di ambiti urbani da parte degli abitanti mediante analisi statistiche dei fenomeni ricorrenti registrati e percepiti come significativi. La stessa logica di crowd sourcing può essere opportunamente utilizzata per il reperimento di informazioni e dati mediante azioni di controllo del territorio già attivate e/o attivabili anche per scopi diversi (monitoraggio dello stato di degrado, analisi ambientali, ecc.).

In un’ottica di condivisione e integrazione dei dati di diversa natura e origine occorre sviluppare e definire le regole di formazione di sistemi GIS, WebGIS, 3D City Models e ampliamenti delle tecniche BIM dalla scala del singolo edifico alle scale urbane e territoriali. Queste tecnologie di gestione, analisi e fruizione di dati spaziali sono fondamentali per l’analisi, il controllo e la previsione di azioni future che deve tener in conto la realtà esistente in tutti i suoi aspetti, nonchè la comunicazione promozione condivisione e partecipazione nell’analisi della situazione esistente e nella previsione di scenari futuri a tutti i livelli di percezione.

La necessità di utilizzo e condivisione via WEB (E-participation) di modelli multiscale, multisource, e multicontents conduce a considerare l’adozione di piattaforme tradizionali per l’informazione spaziale (WEB_GIS) ed anche quelle nate in comunità scientifiche diverse i cui obiettivi si avvicinano sempre più tra loro nelle finalità legate alle  urban challenges, quali lo sviluppo dei BIM, HBIM ed l’ampliamento delle finalizzazioni della realtà aumentata.

What makes a wicked problem ‘wicked’?

  1. The problem is not understood until after the formulation of a solution.
  2. Wicked problems have no stopping rule.
  3. Solutions to wicked problems are not right or wrong.
  4. Every wicked problem is essentially novel and unique.
  5. Every solution to a wicked problem is a ‘one shot operation.’
  6. Wicked problems have no given alternative solutions.

Conklin, Jeffrey (2006).Dialogue mapping : building shared understanding of wicked problems. Chichester, England: Wiley Publishing, via Wikipedia 

Urban survival

Just a short note – we’ll meet in a few hours. I have much appreciated those contributions which focussed on methodological issues, yet I still think that in this preliminary phase, declarations about current (and future) interests of prospective participants are needed to put flesh on the bones of FULL. As long as I am concerned, I will try to sketch two topics – or perhaps two sides of the same topic? – on which I have been working for some time, at a very local scale. Lately, I am evermore convinced that tools for survival should be envisaged and put into operation.

Survival of what? In some cases, of ‘cities’ themselves – whatever we mean for them. Both in Italy and Japan, the issue of ‘shrinking cities’ in marginal, often mountain areas (see eg the Italian policy on ‘aree interne’) is crucial under many respects – to mention but a few, ecological, hydrological, agricultural, cultural, demographic, etc. Here, we see a macro-scale problem of resource balance, with which many countries will have to deal in the next future.

In other cases, it is not the population which builds up a city that is quantitatively decreasing. (Or if so, this is not the biggest issue there). In what are commonly called ‘urban areas’, many social, economic, and political phenomena which we used to associate with the ‘urban phenomenon’ in its irreducible complexity are becoming weaker. The poor living in cities, both in the global North and the global South – are those most in need of survival tools – first of all, adapted to (re)creating acceptable levels of inclusion and well-being. I believe that some of these tools have to do with the (re)strengthening of social networks.

As I have already said, I think these are fields were research and policies might be more strongly connected than they are at the moment.

Urban development with the sharing economy

The proposed research area aims at exploring the socio-economic impact of the “sharing economy” on urban development, local government and better exploitation of underused assets and workforce.

Also known as collaborative consumption or peer-to-peer markets, the sharing economy challenges traditional notions of private ownership and is instead based on the shared production or consumption of goods and services. Its origins were in not-for-profit initiatives such as Wikipedia (2001) and Couchsurfing and Freecycle (both 2003). Further advances in information technology and telecommunications brought to on-line platforms which users can access through the apps available on their smartphones.  Indeed, one of the most significant characteristics of theses platforms is to make communication between peers (service producers and users) easier, thus reducing information asymmetries, transaction costs and maximising the use of scarce or unexploited resources.

The tight relationship between peer-to-peer markets and urban development is easily understood when we consider the local, city-level range of most fields of application of the sharing economy. The creation of the first large-scale bike-share systems was in Lyon, France, in 2005, and these have subsequently expanded to the United States cities and around the world. Social media and mobile technology have enabled the latest expansion of the sharing economy and turned it into a big business: Airbnb allows individuals to share their homes, with relevant effects for the hotels in town while Lyft and Uber transform private cars into common resources with a partial substitution effect on the traditional taxi service, but also with an increase in the supply of local transport. Remarkably, therefore, the interests of sharing-economy firms and city governments are aligned. All these are for-profit services, but they take only a share of the fees levied, passing the rest on to the assets’ owners (either cars or rooms), thus contributing to increasing citizens’ income and employment levels, while the development of new ideas for customer services may spur the creation of high-tech, research oriented start-up and laboratories. On the other hand, a central area of the debate around the consequences of peer-to-peer markets relates to whether the sharing economy is only fostering favourable income and employment opportunities or also displacing traditionally secure jobs by creating part-time and low-paid work.

The economic literature has just begun to explore this research area, partly because the empirical analysis is still made difficult by the lack of data from the primary sources of information, i.e. the companies that own the on-line platforms, and partly because of the so-far complete uncertainty about how the regulatory policy should deal with this new economic reality.

Our research group will focus on two of these peer-to-peer markets which have particularly deeper implications for the welfare and development of the local economy, the so-called smart mobility (e.g. Uber, Lyft, Car2go, Letzgo/Zego etc.) and the room rental for short term accommodation (e.g. Airbnb) businesses. Several aspects and research questions about these “markets” deserve a close inspection. For example: (i) the extent of (vertical/horizontal) differentiation of the service’s offer; (ii) the competitive and the welfare effects from both the providers and the users’ sides as well as the implications for the traditional markets; (iii) the induced impact on the value and rents of local real estate properties, notably houses and parking lots and garages; (iv) the social impact of car and space sharing: who choose to become a driver or to rent a room? Who choose to use this service? (v) trust, ratings and reputation: how to deal with the need to monitor the service? (vi) the challenge to regulation policy, both at the local and at the national level. And, indeed, the focus on smart mobility is further motivated by the relationship the DIGEP has with the Authority for Transport Regulation, based in Turin, which has the mandate to intervene also in markets highly influenced by the new platform-based mobility services, such as local public transportation and taxi. Our aim is to possibly involve companies and public institutions (like the Authority as well as other local agencies) into the project.

Luigi Benfratello, Carlo Cambini and Laura Rondi

 

Related references

Edelman, B. G. and Geradin, D. (2015) Efficiencies and regulatory shortcuts: how should we regulate companies like Airbnb and Uber?. Working Paper.

Einav, L. and Farronato, C. and Levin, J. (2015). Peer–to–Peer Markets. Working Paper. Harvard University

Farronato, C. and Fradkin, A. (2016). Market structure with the entry of peer-to-peer platforms: the case of Hotels and Airbnb. Working Paper. Harvard University.

Franco, J., Kakar, V., Voelz, J. and Wu, J. (2016). Effects of Host Race Information on Airbnb Listing Prices in San Francisco. Working Paper. San Francisco State University.

Jenk, J. (2015). Theory meets practice in the taxi industry: Coase and Uber. Working Paper. Raktas, Oxford, Harvard.

Krueger, A.B. and Hall, J. V. (2015). An analysis of the Labor Market for Uber’s Driver-Partners in the United States. Working Paper. Princeton University.

Wallsten, S. (2015). The competitive effects of the sharing economy: how is Uber changing taxis?. Research Paper. Technology Policy Institute.

Oltre la patrimonializzazione e lo sviluppo locale. La strategia macroregionale europea Eusalp come possibile terreno di sperimentazione

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Un’attività di ricerca e “progetto” sui temi dell’heritage e del global change credo non possa esimersi da una profonda riconfigurazione critica di alcuni temi, come quelli della patrimonializzazione e dello sviluppo locale, che nel corso degli ultimi decenni hanno funzionato da paradigma di riferimento naturalizzato.
Il tema del progetto delle Alpi contemporanee può da questo punto di vista rappresentare un utile banco di sperimentazione per Full. Come sapete, recentemente ha preso ufficialmente il via Eusalp, ossia la strategia macroregionale europea per il territorio alpino.
Molti dei temi toccati da Eusalp sono prossimi alle questioni poste da Full. Riprendendo da siti e documenti ufficiali per frammenti significativi:
“The Alpine region is a unique territory, which has an important potential for dynamism, but facing major challenges, such as:
  • Economic globalisation that requires the territory to distinguish itself as competitive and innovative by developing the knowledge and information society
  • Demographic trends, characterised particularly by the combined effects of ageing and new migration models
  • Climate change and its foreseeable effects on the environment, biodiversity and on the living conditions of its inhabitants
  • The energy challenge at the European and worldwide scales, which consists in managing and meeting demand sustainably, securely and affordably
  • Its specific geographical position in Europe, as a transit region but also as an area with unique geographical and natural features with set the frame for all future developments
An Alpine macro-regional strategy would provide an opportunity to improve cross-border cooperation in the Alpine States as well as identifying common goals and implementing them more effectively through transnational collaboration”
I tre “pillars” di Eusalp sono assai prossimi ai temi di Full, in particolare il terzo:
Pillar 1. Fostering sustainable growth and promoting innovation in the Alps: from theory to practice, from research centres to enterprises.
Pillar 2. Connectivity for all: in search of a balanced territorial development through environmentally friendly mobility patterns, transports systems and communication services and infrastructures.
Pillar 3. Ensuring sustainability in the Alps: preserving the Alpine heritage and promoting a sustainable use of natural and cultural resources.”
Proprio le pratiche progettuali sul territorio alpino degli ultimi due-tre decenni hanno dimostrato i limiti di un approccio tutto costruito sulla patrimonializzazione e valorizzazione delle risorse, a fronte della necessità di mettere in campo modalità realmente integrate e multiscalari. Da qui la proposta di assumere lo spazio alpino, nella sua declinazione macroregionale strategica, come uno dei laboratori sperimentali di Full.